Orientamento teorico: è la guida del mio lavoro. Ho scelto la prospettiva psicodinamica perché è quella più congruente al mio modo di essere e pensare. Questo modello ha le sue radici nella psicoanalisi freudiana.

Consultazione psicodiagnostica: è il tempo che mi prendo per valutare una situazione. Di norma questa fase è costituita da 2 o 3 incontri con i genitori, 3 incontri con il bambino e un colloquio finale di restituzione in cui si fa il punto della situazione.

“Ogni bambino trova il suo modo personale per parlare di sé, e per far intuire la sua possibilità o impossibilità ad iniziare un’esperienza trasformativa in rapporto ai problemi che sta vivendo, cioè ad intraprendere quel Viaggio speciale che è la psicoterapia. Gli esiti di una consultazione perciò possono essere tanti. Quello di continuare le sedute e iniziare subito l’esperienza analitica. Quello di prendere tempo per maturare ulteriormente una decisione impegnativa. C’è la possibilità che il Viaggio, per il momento, lo intraprendano i genitori, se la sofferenza del bambino è legata anche alle loro crisi. C’è anche l’eventualità che non se ne sappia più niente. Questi sono gli esiti visibili. C’è sempre poi un «esito» interno, invisibile, che ad un’analista è dato sapere una volta ogni tanto: quando per esempio qualcuno ritorna dopo tanto tempo e fa capire che quegli incontri, apparentemente inconclusi, abbiano gettato un seme che col tempo è germogliato”.

(tratto da: IL VIAGGIO con i bambini nella psicoterapia di Maria Luisa Algini di Borla Edizioni)

Colloquio di restituzione: è il momento che conclude la fase di consultazione psicodiagnostica; è un colloquio finalizzato a restituire al bambino e ai genitori quanto emerso dai colloqui precedenti e le eventuali indicazioni in merito a ciò che può essere fatto per il bambino. Vengono cioè raccolti i principali elementi diagnostici e si ipotizza il lavoro da svolgere in seguito, se si decide di continuare. Quello che cerco di comunicare è comunque progettuale.

Sintomo e diagnosi: la parola «diagnosi» deriva dal greco e significa propriamente conoscenza attraverso.  E la parola «sintomo», comunemente equivalente a «disturbo», in greco significa avvenimento fortuito, cioè indizio, segno di qualcosa che poi si rivela in forma più esplicita.

La diagnosi dunque è un’esperienza e una forma di conoscenza attraverso i sintomi portati dal bambino e dai suoi genitori.

Credo che, come afferma il noto psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet nel libro Segnali d’ allarme. Disagio durante la crescita (Mondadori) le difficoltà durante la crescita dei ragazzi siano dovute alla fatica di trasformare in pensieri e parole ciò che sta succedendo loro, ossia spesso sono paure di crescere, di conflitti inevitabili, di lutti da superare per diventare adulti; che sono normali, ma che in quel momento quel ragazzino non è in grado di affrontare. La stessa cosa vale per i bambini: è meglio se riescono a simbolizzare, a rappresentare, a raccontare, a capire, a trasformare in pensieri e parole ciò che succede altrimenti le loro paure si trasformano in sintomi o malattie del corpo che poi diventano molto insidiose.

La psicoterapia: tutti gli approcci a livello generale considerano la psicoterapia come una modalità di intervento psicologico che ha lo scopo di aiutare le persone nella soluzione dei propri problemi affettivi, emotivi, comportamentali, interpersonali di vario genere e a incrementare la qualità della vita.

Disegno, gioco e test proiettivi: in psicoterapia il disegno è il “racconto” che il bambino fa di se stesso.

E’ uno dei tanti strumenti che in terapia il bambino può liberamente scegliere. Cioè può scegliere di disegnare (liberamente o su richiesta) oppure di giocare perché in studio sono presenti giochi strutturati o meno, oggetti vari, carta, matite, colori, ecc. In psicoterapia infantile i disegni su richiesta più noti sono: il disegno della figura umana, della “persona nella pioggia”, della casa, della famiglia, il disegno dell’albero.

Io utilizzo spesso anche il “gioco dello scarabocchio” di Winnicott perché mi permette di entrare in relazione con il bambino in modo più facilitato in quanto possiamo entrambi disegnare spontaneamente. Lo utilizzo anche con i preadolescenti e volte anche con gli adolescenti. Per me è uno strumento grafico di grande utilità proprio perché facilita lo scambio tra terapeuta e bambino e favorisce il dialogo anche con chi è meno incline alla verbalizzazione.

da “Colloqui terapeutici con i bambini“, D. W. Winnicott

Sia il gioco, che il disegno, che i test grafici e narrativi (ad esempio le Favole della Duss) sono per me strumenti importanti per lavorare con il bambino e i ragazzi sia in ambito diagnostico, sia in quello psicoterapeutico.